Rigenerazione, Scarti e Visioni Anarchiche: l’esempio di Lis Furlanis e Gianmaria Sforza

C’è un’energia particolare che si sprigiona quando persone diverse si ritrovano per condividere non solo competenze, ma frammenti di vita. È quello che è successo giovedì  sera a Casa Netural Gorizia, durante un nuovo appuntamento delle nostre "Chiacchiere", il format pensato per stimolare l’immaginazione civica della comunità grazie alla condivisione di progetti e storie ispirazionali

La serata è iniziata con un cerchio di presentazioni, un rito per noi fondamentale, dove ogni partecipante ha raccontato di cosa si occupa e cosa lo ha spinto a varcare le soglie del nostro coworking e coliving. Un momento che ha permesso di sciogliere le distanze e ha preparato il terreno per l'incontro tra i nostri ospiti: Cristina e Massimo di "Lis Furlanis" e l’architetto paesaggista e designer Gianmaria Sforza.

Lis furlanis e gianmaria sforza a casa netural gorizia

Rigenerazione: due esempi molto concreti

Il filo conduttore della serata: la rigenerazione. Un termine spesso abusato, che giovedì ha però trovato un significato concreto attraverso le storie di chi rigenera materiali, mestieri e spazi urbani.

La serata è partita sotto il segno di una felice coincidenza che ha anticipato il tema della rigenerazione. Solo pochi giorni prima delle nostre chiacchiere, Cristina e Massimo sono stati a Salerno, ospiti di un textile designer, dove hanno visitato una fornace a legna antica di mille anni rimessa in funzione per produrre mattonelle in terracotta con le stesse tecniche usate dagli antichi romani. In quella stessa occasione hanno conosciuto Erika Skabar, un’architetta paesaggista proprio come il nostro altro ospite, Gianmaria Sforza. Queste connessioni casuali tra design e architettura del paesaggio hanno preparato il terreno per un dialogo profondo sulla capacità di far rinascere ciò che sembrava destinato all'abbandono.

La crisi trasformata in opportunità

La narrazione di Cristina e Massimo è iniziata con il racconto di una crisi trasformata in opportunità. Dopo vent'anni passati a produrre scarpe per un famoso brand tedesco, si sono ritrovati improvvisamente disoccupati quando l'azienda per cui lavoravano ha riportato la produzione in Germania. Artigiani esperti con un capannone vuoto in un periodo storico in cui la delocalizzazione all’estero era al culmine e la concorrenza straniera rendeva impensabile anche solo ipotizzare  di iniziare a produrre scarpe per conto proprio, hanno dovuto reinventarsi o meglio rigenerarsi tenendo conto di ciò che possedevano e sapevano fare. N.D.R A proposito di delocalizzazione produttiva all’estero, interessante l’intervento di Cristina che ha sottolineato come questo fenomeno abbia determinato la perdita di molte "coinè" e dialetti artigianali, saperi tecnici che, una volta usciti dai confini italiani, rappresentano una ricchezza culturale perduta per sempre.

Lis Furlanis gli scarpez

Cristina e Massimo anzichè  arrendersi, hanno deciso di puntare tutto sullo scarpèz, la calzatura tradizionale friulana, nonostante a Gonars in molti definissero la loro impresa un suicidio. 

Dal recupero di materiali è nata un’eccellenza

Attraverso un attento lavoro di ricerca,  hanno riportato alla luce una vera e propria mappatura della tradizione: una galassia di scarpèz che cambiavano forma, linea e cucitura di paese in paese. In passato, i più fortunati possedevano due paia: quelle da lavoro, fatte con vecchi pantaloni e giacche e quelle di velluto con la suola bianca per la messa della domenica. Il tessuto bianco era rarissimo, ricavato da vecchie lenzuola e camicie logore, mentre il velluto arrivava grazie ai cramars, i venditori ambulanti, che spinti dalla povertà, partivano a piedi verso l'Austria, la Germania, l’Ungheria e  la Boemia in cerca di merci preziose. Poi le mani sapienti delle donne assemblavano e cucivano insieme questi materiali dando forma agli scarpez, un’opera che univa l'ingegno alla necessità. 

Ancora oggi, il valore immenso degli scarpez di Lis Furlanis sta nel fatto che vengono cuciti interamente a mano, esattamente come un tempo. Cristina e Massimo non usano più solo i velluti della tradizione ma  hanno intrapreso una ricerca instancabile che li porta a scovare tessuti pregiati di ogni provenienza, dai rari scampoli di alta tappezzeria a preziose giacenze di manifatture d'eccellenza. Per loro, scovare una stoffa non è solo recupero, ma una missione di custodia: di ogni fibra conoscono la storia, la genealogia e l'anima segreta.

Questa sapienza si nutre di una continua sperimentazione, un atto artistico dove i colori e le trame vengono accostati con grande sensibilità cromatica, talento e gusto rendendo  ogni paio un pezzo unico e irripetibile. Per questo, chi indossa le loro creazioni non porta ai piedi delle semplici scarpe di tela, ma opere d’arte che racchiudono una storia profonda di recupero e identità.

Rompere le regole come atto creativo

A dialogare con questa sapienza antica è intervenuto Gianmaria Sforza, un personaggio che spiazza l'interlocutore con la sua natura anarchica e un carisma che rompe ogni schema tradizionale. Architetto paesaggista con alle spalle quindici anni di insegnamento al Politecnico, Sforza si muove con riluttanza tra le liturgie classiche dell'architettura e l'autoreferenzialità dei creativi che pretendono di saper fare tutto. Lui non progetta edifici, ma "agita" processi, una visione che lo ha portato a ricoprire ruoli di grande prestigio internazionale, come quello di Direttore Artistico del progetto arredo urbano e aree street food e progettista con ASFItalia del padiglione UN EXPO2015 per la campagna ZERO HUNGER CHALLENGE.

Sforza rivendica una libertà assoluta che lo ha portato a scegliere il design come terreno di ribellione, citando la filosofia di chi vuole fare ciò che vuole perché è, prima di tutto, un artista. Il suo percorso è iniziato nel 1998 con la provocazione di una borsa fatta con un sacco della spazzatura per il concorso OPOS under 35, un'idea allora incompresa che già sfidava il concetto di design come oggetto sacro da museo per riportarlo alla funzione di prodotto semplice della vita quotidiana come la sua Cino Tribachetta.

Cino tribacchetta è una "forchetta " a tre rebbi ispirata alle chopsticks orientali: una fusione di culture, che , nata nel 2005 è diventata un pezzo iconico del food design esposto nel 2008 nella mostra The New Italian Design alla Triennale di Milano e in altri musei del mondo come New York e Pechino. In vendita anche al Moma Shop di New York.

Lis furlanis e gianmaria sforza a casa netural gorizia - la cino tribacchetta

Sforza è provocatorio ed estremo, ama accostare concetti apparentemente distanti: parla di architettura parlando di  vino macerato che lui stesso produce, o di design attraverso il cibo, che definisce il materiale da costruzione più complesso perché coinvolge tutti i sensi contemporaneamente. La sua spinta rigeneratrice si manifesta soprattutto attraverso MicroD, un microsalone del design indipendente e migrante che riaccende quartieri interi, come il quartiere Roma a Piacenza, utilizzando le vetrine dei negozi sfitti come laboratorio o spazio espositivo per opere di design fruibile h 24 e in cui far dialogare l'arte con il tessuto urbano. Questo approccio multidisciplinare vive anche  in Casa Fabbrica, un esperimento che ridisegna la residenza degli artisti della Fabbrica del Vapore a Milano o come La Galleria a Certosa District sempre a Milano, che in occasione del fuorisalone riunirà autoproduttori per la rigenerazione urbana da tutta italia al grido: DeXign & città!
Per cosa sta la X? provate ad immaginare.

N.D.R. La serata si è chiusa con una domanda posta da Massimo, che ha unito tutti i punti toccati ovvero: può una semplice scarpa di tela essere considerata un oggetto di design? Se guardiamo all’etimologia della parola design — dal latino de-signare, ovvero "assegnare un segno", dare un senso e una direzione — la risposta non può che essere affermativa. E se il design è l'atto di 'assegnare un segno', allora rigenerare significa dare un nuovo destino a ciò che era stato dimenticato. 

Gli scarpèz e le visioni di Sforza ci ricordano che la bellezza non nasce dall'abbondanza, ma dalla capacità di trasformare un limite in un'opportunità di senso.

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